domenica 11 settembre 2011

io...te...mio...tuo...che differenza fa?

Succede che durante un concerto piuttosto movimentato, sotto al palco, si poghi. Così ti trovi a spingere (ed essere spinto) a destra e a sinistra (anche contemporaneamente), a schivare persone lanciate a tutta velocità, a non riuscire a schivarle, a cadere per terra e farti rialzare dalla prima mano porta verso di te (che poi ti darà una pacca sulla spalla, a significare:"si riparte!"), quindi a fare comunella con un tipo mezzo ubriaco e mezzo brillo che ha deciso di sollevare chicchessia sopra la folla per poi passarlo alle mani alzate più vicine.
Però succede anche che il cellulare riposto nella tasca, nella baraonda generale, salti fuori per depositarsi a terra, là dove molto probabilmente in breve tempo passerà una gran quantità di piedi appartenenti a persone impegnate nelle suddette attività. Se sei fortunato te ne accorgi subito e, per quanto rischioso sia, decidi di abbassarti per cercare, nel buio, di recuperarlo. Un altro ragazzo si è accorto dell'accaduto e comincia ad aiutarti. Uno, in piedi, prova a deviare le persone che si lanciano nella direzione dell'altro, accovacciato a cercare. Poi, visti gli scarsi risultati della caccia, vi accovacciate entrambi, lasciandovi però senza difesa. Tra urla, spintoni e piedi imprevedibili trovi un pezzo del cellulare, poi l'altro, aiutandoti con la luce del tuo cellulare. Poi restituisci i pezzi all'altro ragazzo che ti dà un pacca sulla spalla, a significare: "si riparte!"


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"Ah io sono contro la pena di morte! però se una cosa del genere capitasse a mio figlio!"
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- "questo è mio!", "quello è mio!"...braccino corto che sei!

- ma non è vero, ti sto solo dicendo che quello è il mio maglione, che poi l'ho preso a mio nonno che non se la mette più perché gli sembra un pigiama. Che poi te la stai mettendo tu...anzi, mentre tu suonavi al citofono di casa "mia", fra l'altro senza avermi avvertito che arrivavi, stavo proprio per scrivere un intervento su questo

- su questo cosa?

- sul fatto che "mio", "tuo"... non ha senso, anche le persone intendo. boh hanno tutte la stessa importanza per me.

- non capisco

- volevo partire raccontando che l'altro giorno, a un concerto, in mezzo al pogo, è caduto il cellulare a un ragazzo e mi sono messo a cercarlo con lui mentre le persone ci calpestavano...però vabeh questo può sembrare buonsenso o che ne so...invece non l'ho fatto per buonsenso o generosità. L'ho capito perché quando mi ha ringraziato sono rimasto spiazzato anche se so che doveva sembrare normale...insomma poi volevo arrivare a dire che per me le persone sono tutte uguali...ma non nel senso della frase più banale del mondo tipo "siamo tutti uguali"

-  ...

- tipo in un mondo in cui tutti la pensassero così, se ti succede che stai con una persona, poi arriva un tipo e ti dice "uno di voi due deve morire, però tu puoi scegliere quale"...tu dovresti rispondere al tipo "tira una monetina". E non lo faresti per generosità...non so spiegarmi

- ma è brutto così

- boh, io la penso così

- non c'è lo spirito di sopravvivenza...sminuisci il valore della vita

- no, anzi. Dò lo stesso valore alle due vite. Perché una dovrebbe essere più importante dell'altra?

- Perché è la tua.

mercoledì 7 settembre 2011

La lotteria dei calci di rigori (una bozza pubblicata ora, non so perché)

Io non sono proprio d'accordo coi rigori. Prima era solo una sensazione. Come quando la pensi in un certo modo ma non te ne sei ancora accorto. Poi ci sono stati i mondiali in Sud Africa, nel 2010. C'è stato il quarto di finale Ghana-Uruguay. Succede che all'ultimo secondo dei tempi supplementari stanno pareggiando 1-1. Un gol ora sarebbe esiziale per chi lo subisca. C'è tempo solo per un ultimo attacco ghanese. La palla viene crossata al centro e dopo un batti e ribatti il portieri è fuori dai pali, un ghanese tira di testa e lo supera: la palla sta finendo in porta. Ma fra i pali ci stanno due giocatori uruguayani, uno di loro dà un pugno al pallone e gli impedisce di entrare. Mi viene da dire "era gol", non "sarebbe stato gol". Perché il condizionale non andrebbe bene, anzi non va bene, nel caso in cui la condizione non dovrebbe, non deve, essere presa in considerazione. E un giocatore che prende la palla con la mano sulla linea di porta, sapendo poi di essere espulso, non dovrebbe, non deve esistere.Però lo fa. è un fuorilegge. E infatti viene espulso. Rigore per il ghana.



Il rigore viene sbagliato, e si va ai famosi calci di rigore. 4-2 per l'Uruguay.

L'altro giorno ho visto il Brasile che prendeva a pallonate il Paraguay. Insomma, come dice quella battuta, il Paraguay, sulla carta, non ha possibilità di vincere con il Brasile, però si gioca sull'erba, e quindi non si sa mai. Comunque, in genere, le squadre che sulla carta sono molto più forti dei loro avversari vincono. In genere. Infatti l'altro giorno il Paraguay ha eliminato il Brasile dalla Coppa America.
Se ci fosse un dio del calcio e dovesse spiegare le regole ai giocatori prima che scendano in campo, secondo me, alla squadra del Brasile, avrebbe detto qualcosa di questo tipo: "il campo è il mondo, e non si può uscire. La vita dura 90 minuti e lo scopo della vita è battere il Paraguay. Come vedete è molto semplice: gli avversari sono molto più scarsi e voi avete la bellezza di un'ora e mezza. Che vi avanza pure. Però, per sicurezza, vi concedo anche un pezzo di vita in più, della durata di 30 minuti. Insomma, 2 ore per battere il Paraguay mi sembrano fin troppe."
Così il Brasile è sceso in campo e ha cominciato a perseguire lo scopo della sua vita. Il Paraguay neanche ci provava a perseguire il suo. Il portiere del Brasile non ha toccato un pallone per tutta la partita, mentre quello del Paraguay è stato il giocatore della sua squadra ad aver toccato il pallone per più tempo. Sembrava che il Brasile avesse capito male lo scopo: non battere l'avversario ma dimostrare la sua superiorità. Comunque, passati i 90 minuti, il risultato rimaneva 0-0. Che, pure lui (lo 0-0), ha un faccia molto stupita. E allora c'è il pezzo di vita in più, quello di cui il Brasile non aveva bisogno e che il Paraguay non sperava neanche di vivere. E pure quello finisce 0-0, dopo mezz'ora di superiorità brasiliana.
E allora si battono i rigori, che però non hanno niente a che fare con la vita. La vita è tutta in movimento, è una corsa continua, è salti, scivolate, cross precisi e colpi di testa. Non ha niente a che fare con una palla, posta a 11 m dal centro della porta, che si calcia senza alcun disturbo. Insomma, giocarsi lo scopo della vita in questo modo può sembrare alquanto ingiusto, è più fortuna che bravura. E infatti i teologi, cioè i telecronisti, quest'affare qua lo chiamano proprio "lotteria dei calci di rigori". Insomma, dopo che hai passato una vita a far vedere che sei molto più bravo degli altri, affidare tutta la faccenda al caso può risultare una scocciatura, o no?

martedì 6 settembre 2011

vetri

Aspettate un attimo. Due righe giusto per dire che è finita l'estate e tutto sta ricominciando. Sì, certo, lo so che lo sapete già. Sì, so anche che voi sapete che io so che lo sapete. E potremmo andare avanti così all'infinito. Però certe cose è meglio dirle, ne ho sentito il bisogno. Mica posso pubblicare un post così, a settembre, dopo l'ultimo che chissà di quand'era. Avrei potuto, però. Ecco, quel però mi ha fatto scrivere queste quattro righe. Per informarci che è iniziato settembre, che è un po' il lunedì dei mesi. Magari così vi auguro anche un buon inizio settimana. Ché sabato è lontano, circa 8 mesi.
Che poi, durante l'estate decumputerizzata, di post (posts?) me ne sono venuti in mente un po', però. Questo è fresco fresco, tipo di ieri (che non so quanto sia meglio: mi sa che i post sono più come il vino che come il pane. Vanno fatti stagionare. Anche se a pensarci è paradossale. Lasciamo, magari a un altro post, questo discorso,va.)

Mi è capitato un collegamento ipertestuale, e ve lo spiego. Stavo leggendo Due di Due, e in particolare questa frase qua:

" Lo so come ti senti. è come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
e mi sono ricordato di qualcosa che avevo scritto tre anni fa, e in particolare questa cosa qua:

"E sbatto come una mosca sul vetro di una finestra, vedo quello che c’è dall’altra parte: il vetro è trasparente. Ma per quanto possa sforzarmi l’unica cosa che si possa ottenere in questo modo è un gran mal di testa. No, l’impegno non viene premiato. Ed è un peccato, perché tutto quello che desidero è dall’altra parte del vetro. E l’aria della stanza dove sono (rin)chiuso è sempre più rarefatta, opprimente…si respira sempre la stessa aria qui dentro, un giorno sa di illusione, un altro di paura, nostalgia, o anche di felicità a volte, ma  mai si trasforma in qualcosa di buono. L’anidride carbonica è sempre la delusione. Delusione di ogni aspettativa. E ogni volta mi addormento con la consapovelzza di dover passare un altro giorno alla finestra, a sbattere la testa contro un vetro che mi separa da quello che voglio. La consolazione è che,essendo una mosca, dall’altra parte non può che esserci merda. Ma putroppo era solo una metafora."

Che ora modificherei non poco, ma per amor della filologia mi sono permesso di correggere solo "impgno" con "impegno". Molto simile, anche se De Carlo non si chiude fuori ma dentro, e non è una mosca.
Ma non solo. Il suo pezzo, che è una frase che uno dei due  ragazzi protagonisti, Guido, dice al suo amico Mario, non solo è molto più corto ma anche più efficace. In tre periodi pone una questione e la risolve: 1.Sto dietro un vetro 2.Ho capito che devo romperlo (ma non è facile) 3.Basta immaginare di essere vecchi o quasi morti. E infatti poi Mario rompe il vetro: va da Margherita e le dà un biglietto con le parole di Just like a woman " tradotte in italiano, con qualche modifica per adattarle a lei". Avevo scritto "molto simile" (e già vi avevo immaginato storcere il muso davanti al pc), ma in realtà non c'entra niente. In comune c'è il vetro. Anzi no, il suo è rotto e il mio sta lì.
Invece io rimango a dare capocciate al vetro e fare battute di merda. Che però, secondo me, è più romantico.
Ora scusatemi, ma ho un vetro da frantumare.
 


sabato 6 agosto 2011

Esaminato

A inizio luglio stavo preparando l'esame di filologia italiana. Fra le altre cose, in programma, c'era tutto l'inferno di Dante. L'unica persona con un po' di tempo e un bel po' di pazienza per ascoltarmi era mia madre. Lei tornava da lavoro nel pomeriggio e sapeva che verso le cinque mi sarei presentato da lei con il libro di Dante, o con lo schema dei canti. Il canto da analizzare lo sceglieva lei, o aprendo a caso l'inferno oppure, soprattutto dopo un po' di tempo dopo (quando il caso sceglieva sempre più spesso canti già letti), leggeva lo schema e con tono quasi pettegolo mi chiedeva di parlare di qualche tipo di peccatore in particolare. Quindi iniziavo a parafrasare e  spiegare e lei ascoltava volentieri, ponendo domande di tanto in tanto. A volte dovevo inseguirla con il libro nelle camere in cui andava, cercavo di intuire se mi stesse ascoltando mentre metteva a posto o cucinava; altre volte, ed ero molto più contento, si sedeva vicino a me e rispondeva al telefono solo per dire "ti richiamo dopo". Così dalle cinque alle sette, per due settimane, c'era la lectio dantis.
Una volta finito di parlare dell'inferno, sudato e appicicoso, andavo in terrazza a fumare. In condominio stavano facendo i lavori, quindi il suo perimetro era circondato di impalcature. C'erano impalcature anche su un lato,quello che sopra ha la soffitta, del mio terrazzo, e di mattina ci camminano gli operai, lasciando qua e là gli oggetti che hanno usato: una scala, una scopa, una bottiglia d'acqua... I vasi che stavano in terrazza ora sono tutti ammucchiati al centro, per lasciar libero il perimetro interno. Quindi, una volta finito di parlare di Dante, sudato e appiccicato, mi sedevo sul pavimento sporco del terrazzo, mi appoggiavo con la schiena sul muro senza intonaco e fumavo una sigaretta. Mia madre intanto aveva iniziato a fare le telefonate che aveva lasciato in sospeso e fra poco uscirà in terrazza, con le mani occupate da qualche oggetto, la spalla che spinge il telefono sull'orecchio, e mi lancerà un'occhiata allo stesso tempo bonaria e di rimprovero perché sto fumando. Certe mamme non accettano che i figli crescano. Io le risponderò "dopo Dante ci vuole". E in effetti, dopo aver parlato per due ore dell'inferno, ci vuole:
sono le sette di metà luglio, non fa troppo caldo o almeno, sudato come sono, quel poco vento che c'è riesce a rinfrescare e lo scenario di impalcature e di oggetti lasciati a riposare in attesa del giorno seguente è complice, e mi conforta. Mi chiedo come sarà quando avrò dato l'esame.
Poi è arrivato il 20 luglio e ho dato l'esame. Poi sono stato 10 giorni in viaggio, un po' in Croazia e un po' in Bosnia.
Ora sono tornato a casa. Mi siedo in terrazza a fumare. Hanno portato via gli oggetti e smontato le impalcature. I vasi sono ancora lì al centro senza più un motivo. Sembra il secondo tempo di un film che era finito già al primo. Senza attori e set, senza luci e suoni giusti. Immaginavo che dopo sarebbe stato così.
E io fumo a salve.

Una volta ho iniziato a spiegare il terzo canto a mia nonna: "allora ci sta Dante che sta per entrare nell'inferno, in cima alla porta ci stanno scritte parole poco rassicuranti infatti. Però c'è Virgilio che lo prende proprio per mano per farlo entrare". "Ma che è 'na barzelletta?" mi ha chiesto mia nonna.

Ci sono rimasto male

Tanto tempo fa, ci rimasi male. Ero in macchina, portato chissà dove da mia madre. Ci rimasi male perché la maggior parte delle cose che vediamo ce le dimentichiamo. Ci rimasi male perché l'edificio della memoria era mal progettato, e piuttosto fatiscente. C'erano delle stanze che, per quanto cercassi, non riuscivi più a trovare. C'erano stanze con porte difettose, e c'erano stanze ingannatrici che conservavano ricordi di cose mai accadute o accadute diversamente.
Ero in macchina con mia madre e ci rimasi male perché  la maggior parte delle cose che vediamo ce le dimentichiamo. Allora decisi di ricordarmi per sempre qualcosa che altrimenti sarebbe scomparso dalla mia vita. Un capriccio lecito per un bambino di otto anni. Ero arrabbiato con la memoria. Come si permetteva di dimenticare? A volte contro la mia volontà per giunta. Che diritto ne aveva? Mi guardai intorno, non troppo intorno in effetti: fissai gli occhi sulla macchina davanti a me. Lessi la sua targa e decisi di ricordarmela, per sempre. Avevo sfidato la memoria.

Mi chiedevo se sarei riuscito a ricordarla davvero. Quante erano state le cose che mi ero promesso, senza mantenere, di ricordare? Quante cose ben più utili avevo dimenticato? Decisi di riportala alla mente ogni tanto, per togliere la polvere dalle lettere e dai numeri che altrimenti sarebbero diventati illegibili. Iniziai a custodirla con cura in qualche camera della memoria.

Ora, però, di quella targa non so che farmene. è già un po' che ho deciso di non spolvelarla più, nella speranza che briciole e pezzi di ricordi che si sgretolano la ricoprano. Così che lo spazzino, passando di tanto in tanto a mettere in ordine, la porti via senza farci caso, la getti sbadatamente nel mucchio della spazzatura. Invece è ancora lì. Come se, al contrario, lo spazzino, obbediente al bambino di otto anni, passi ogni giorno solamente per lei, dia una lustrata a quella targa appesa ben in vista sul muro, mentre ricordi spezzati sono ammucchiati sul letto, altri sono diventati polvere fra le pagine dei libri, tacendo-necessariamente- di quelli portati via attraverso la finestra aperta dal vento, entrato e uscito come il ladro che è stato.

Così quando giro per quel fatiscente edificio in cerca di qualcosa di importante, quando mi chino a terra cercando sotto il tappeto, o salgo su una scala per cercare tra le pagine dei libri, sporcandomi e trovando nient'altro che cenere, briciole e polvere, l'occhio non può fare a meno di cadermi su quella targa, su quei numeri e quelle lettere nere su sfondo bianco. La cera passata dallo spazzino le dà un tocco decisamente pacchiano.

martedì 5 luglio 2011

L'avevo intitolato 'Jane Doe, uccisa da un poliziotto'

L'immaginazione e la realtà sono due cose diverse, e fin qui ci siamo. E uno si può immaginare cose che non avverranno mai o che non esistono, ma anche cose che esistono veramente e che quindi esistono per te due volte: un'immaginazione e una realtà. Quando uno sente legge qualcosa o ne sente parlare, se lo immagina. E, quasi sempre, la realtà si rivela essere una gran fregatura rispetto all'immaginazione. Perché la realtà non la decidi tu. Secondo me quest'affare dell'immaginazione è una può funzionare anche con le persone: meno conosci una persona e più ti piace, perché meno la conosci e più te la immagini. Stavo pensando questo quando mi sono ricordato di un pezzo di Barnum, un libro di Baricco, e di un pezzo che avevo scritto un po' più di tre anni fa su un altro blog. Il pezzo di Baricco è questo

[..] Dal gran bailamme di conati creativi e acrobazie dell’immaginazione, mi son portato via l’impressione di una inspiegabile stanchezza collettiva, e le benigne ferite di due ricordi. Il primo lo devo a un ispano-americano che si chiama Andrès Serrano. Espone alle Corderie, sezione Aperto ’93, parcheggio per artisti che forse sranno famosi, forse no, a vedere quel che fanno si spererebbe di no. Serrano scatta foto negli obitori. Un allegrone. A Venezia ne ha esposte quattro. Una si intitola Jane Doe,uccisa da un poliziotto. Sarà due metri per due. A colori,fondo nero. Di Jane Doe c’è solo la testa. Di profilo adagiata su un tavolo che non si vede. Capelli biondi, ricci, impastati di sangue secco. Sopra l’orecchio si intravede una ferita. È bellissima, Jane Doe. La prima cosa che ti sorprende è quella: è bellissima. Lineamenti perfetti, anche se il collo è color bruno, con tutto quel sangue rinsecchito sulla pelle. Sembra scolpita in un legno scuro. Non c’è nessuna smorfia di dolore, inchiodata lì dal flash istantaneo della morte. Togli il sangue, e potrebbe essere la pubblicità di una crema idratante. Giureresti che è viva, coi suoi riccioli appena usciti dal parrucchiere. Poi ti accorgi degli occhi. Non ci sono. Un gioco di luce, o forse è la morte che si è già messa a scavare. Dove cerchi l’occhio vedi solo un buco ero. È già un teschio, lì, Jane Doe. Tutta quella vita e tutta quella morte,insieme, in una faccia sola,io non le avevo mai viste. È una cosa che ipnotizza. E rende insopportabile non sapere niente altro, come l’hanno uccisa, forse per sbaglio, cosa aveva fatto? anche lei ha sparato? e quando è successo, e dove. Chissà che storia, quella di Jane Doe [...] 
Nel post avevo aggiunto che poi non avevo resistito e avevo cercato e trovato l'immagine di Jane Doe su internet. Che io me l'ero immaginata, ed ero soddisfatto, però volevo vedere com'era veramente. Fra le altre cose avevo anche scoperto che 'Jane Doe' è un nome che la polizia si è inventata per darlo alle persone che non sono identificate, e che negli USA dovrebbe suonare un po' come il nostro Mario Rossi, al femminile però.
Insomma l'immaginazione è una gran bella cosa, ma non può soddisfare come la realtà. Mi era venuta anche una considerazione più profonda, ma me la sono dimenticata, immaginatevela.
Ah, il veccio post finiva così: Click?


lunedì 4 luglio 2011

Delirio della razionalità

L'altro giorno stavo leggendo ad una persona un pezzo di 'Watt', che è un libro di Samuel Beckett. Più assurdo del teatro dell'assurdo. Talmente razionale da risultare irrazionale. Il pezzo mi è piaciuto moltissimo, ed era questo:

"La casa era immersa nell'oscurità. Avendo trovato la porta principale chiusa a chiave, Watt andò alla porta posteriore. Non avrebbe potuto facilmente suonare, o bussare, dal momento che la casa era immersa nel buio. Avendo trovato la porta posteriore altrettanto chiusa, Watto ritornò alla porta principale. Avendo trovato la porta principale ancora chiusa, Watt ritornò alla porta posteriore. Avendo trovato la porta posteriore stavolta aperta, oh non spalancata, ma chiusa, come suol dirsi, con un semplice lucchetto, Watt fu in grado di entrare in casa. Watt fu sorpreso di trovare ora aperta la porta posteriore, chiusa solo un momento prima. Gli sovvennero per tale caso due spiegazioni. La prima era questa, che la sua competenza di porte chiuse a chiave, così di rado fallace, era risultata tale in quell'occasione, e che la porta posteriore, quando l'aveva trovata chiusa a chiave, in realtà non lo era per niente. E la seconda era questa, che la porta posteriore, quando l'aveva trovata chiusa a chiave, in effetti lo era, ma che era stata aperta in un secondo momento, dall'interno o dall'esterno, da qualcuno, nel mentre che Watt era impegnato ad andare, avanti e indietro, dalla porta posteriore a quella principale, e dalla porta principale a quella posteriore."

A questo punto la persona a cui sto leggendo, che stava ascoltando attentamente dice:
- è la seconda!
Io rimango spiazzato. Mi sarei aspettato qualsiasi commento- "è brutto", "è bello", "l'ha scritto un pazzo", "sei brutto", "sei bello", "sei pazzo", eccetera - ma mai e poi mai un'osservazione "logica". Allora mi è sembrato di stare in un film di Nanni Moretti (in uno tipo Ecce Bombo- "siamo a Roma, non a Milano: "cacare", non "cagare", la "fica", non la "figa", "sta bene" non "sta d'un bene"; o Palombella rossa: "ma come parla?? le parole sono importanti! chi parla male, pensa male, e vive male!"), e mi è venuta voglia di urlare come avrebbe fatto lui: "Perché??? perché la seconda??? come fai a dire che è la seconda?? ma soprattutto perché senti il bisogno di dire che è la seconda??? Non c'entra niente!!!". 

Oltretutto il pezzo finiva così: 
" Di queste due spiegazioni Watt pensò che preferiva l'ultima, in quanto era la più bella."

- Ecco, ti ho detto che era la seconda.